30 gennaio, ore 11 del mattino. Nelle scuole dilaga la notizia: sul sito del Ministero dell’istruzione (e del Merito) è pubblicato il decreto che pone le regole per la maturità 2026. Ancora nuove regole, tanto per cambiare.
Tra i liceali del classico che certamente tirano un sospiro di sollievo con latino scritto e quelli dello scientifico che si preparano per la prova di matematica, resta un unico dato certo: in Italia l’esame di maturità cambia più spesso delle stagioni.
Ogni governo lo ritocca, lo corregge, lo reinventa. Il risultato non è il progresso, ma l’incertezza, anno dopo anno. Un esame che dovrebbe essere il punto fermo del sistema scolastico è diventato una variabile impazzita.
Le regole mutano di continuo e, con queste, cambia l’idea stessa di percorso formativo. Oggi contano certe prove, domani spariscono. Oggi si parla di competenze, domani di contenuti.
Il messaggio è chiaro: non esiste una direzione condivisa. Si naviga a vista.
In poco più di 50 anni la scuola è stata attraversata da una serie numerosa di riforme, di cui la maggioranza avvicendatesi negli ultimi venti anni. Fino agli anni ’60 avevamo una scuola superiore con un esame finale fortemente selettivo, commissioni prevalentemente esterne e una valutazione della preparazione culturale dei discenti a carattere complessivo su tutte le discipline.
Questa struttura ha retto sebbene con una serie di modifiche fino agli anni ’90. Poi, abbiamo assistito alla progressiva riduzione del nozionismo a vantaggio del saper fare, fino all’alternanza scuola/lavoro, che si è anche tradotto in una riduzione delle prove scritte e una sempre maggiore centralità del colloquio orale nel quale sono valutate le competenze cd. trasversali.
Il problema non è solo l’esame in sé o la metodologia di apprendimento dalle maglie della quale, a voler guardare bene, la cultura (almeno quella intesa nel senso più classico del termine) pare stia velocemente scivolando via. Il problema nel problema è quanto questo continuo mutare delle regole determina a monte, nella formazione delle aule scolastiche.
Se l’obiettivo finale viene riscritto ogni due o tre anni, la scuola non progetta più. Si adatta. Insegue l’ultima circolare, l’ultimo decreto, l’ultima “sperimentazione”. Gli studenti non costruiscono un sapere solido, imparano a decifrare o a sopravvivere all’ennesimo regolamento.
Così la maturità perde credibilità. Studenti che hanno frequentato lo stesso tipo di scuola, a distanza di pochi mesi, affrontano prove profondamente diverse. Il titolo resta uguale, il valore no. Un’ingiustizia silenziosa, normalizzata, accettata come inevitabile.
C’è poi un effetto collaterale, forse il più grave. Una scuola che cambia regole di continuo insegna, senza dirlo, che le regole non contano davvero. Che sono provvisorie. Negoziabili. Revocabili.
Riformare non significa agitare continuamente il sistema. Significa scegliere, stabilizzare, valutare nel tempo. Invece l’esame di maturità è diventato il laboratorio permanente dell’ideologica politica nelle scuole. Un esperimento ripetuto all’infinito sugli stessi soggetti: gli studenti. Ma quando le regole cambiano ogni tre per due, non si innova. Si disorienta. E un esame che dovrebbe certificare la maturità del Paese finisce per raccontarne l’immaturità decisionale generando altra immaturità cognitiva. E non è un caso che le statistiche sulla preparazione generale dei nostri studenti propongano un grafico eternamente in discesa negli ultimi decenni.
Sia come sia, oggi docenti e discenti hanno letto le nuove regole del gioco. Per l’esame di stato 2026 l’attesa, vissuta con più o meno ansia. è finita. Il 18 giugno la prima prova scritta. Poi a seguire tutte le altre e le prove orali.
In bocca al lupo!
