lunedì 18 dicembre 2017
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Napoli brucia e la stampa attizza il fuoco

Gli incendi del Piemonte e gli incendi della Campania, niente di nuovo nel diverso trattamento riservato ai due casi, la cui unica differenza sta nella latitudine del posto in cui sono accaduti: non è una novità il becero trattamento riservato ai Napoletani da parte del direttore di Libero, Vittorio Feltri, capace, dopo il disastro del Vesuvio, di ridurre l’intera società locale ad un coacervo di “complici che pascolano nella malavita locale” “guardie forestali che si grattano il ventre” e “gente portata a venerare i delinquenti e a mancare di rispetto alle forze dell’ordine”. Una giungla in pratica, in cui sembrano vigere leggi animalesche e terrificanti. Peccato che solo quattro mesi dopo, in Val di Susa, purtroppo, succeda lo stesso.

A questo punto il giornale fornirà prontamente le proprie scuse all’organizzazione e al popolo Napoletano? Ma certo che no, così occupati ad elogiare le forze dell’ordine ed il loro pronto intervento. E l’incendio, questa volta, chi lo ha appiccato? Chi lo sa, il vento probabilmente, non siamo mica a Napoli, d’altronde.

Un fenomeno, questo, di cui Libero ed il suo direttore non sono altro che la punta dell’iceberg: si tratta di qualcosa che è intrinseco ad un modo di pensare che si è sviluppato negli anni, i decenni ed i secoli. Una mentalità sopravvissuta alla monarchia e al fascismo, alle guerre e agli scandali, che sfocia in episodi come quello del terremoto di Casamicciola, ad Ischia, ma anche negli eventi di tutti i giorni, che passano sottobanco come e “prese in giro” di poca importanza, una tendenza nata, probabilmente insieme all’Italia stessa e che impedisce all’Italia di affermarsi come una nazione unita e credibile. Una tendenza che, in un mondo in cui la globalizzazione ha preso il sopravvento e ci unisce tutti come “cittadini del mondo”, deve essere invertita.