sabato 23 giugno 2018
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Comdata Pozzuoli e Padova chiusura e licenziamento di tutti i lavoratori: il vero volto del gigante del terziario

Il 4 maggio tradizionale giorno a Napoli dello sfratto di casa, l’azienda Comdata ha annunciato la chiusura dei siti di Pozzuoli e Padova che impatta 260 lavoratori di cui 60 nella zona flegrea.

L’azienda inaugurò la sede di Pozzuoli nel  2007 prendendo in carico 95 dipendenti della Vodafone ceduti con un’operazione fortunatamente ritenuta poi illegittima dalla giustizia e svariati dipendenti della ex Selfin altro salvataggio di una ben più grossa dismissione che è quella dell’IBM.

A questi lavoratori si sono poi aggiunti diverse nuove assunzioni di giovani che sono  stati  chiamati prima come lavoratori  a tempo determinato tramite agenzie di lavoro e poi assunti definitivamente ma solo in parte come turnisti part time forma prevalente nel gigante Comdata sia qui sia all’estero.

L’excursus si rende necessario per comprendere innanzitutto la  rabbia e delusione dei lavoratori vittime di una politica aziendale che privilegia ancora una volta le risorse impiegate in paesi dove il lavoro costa neanche un terzo di quello che costa in Italia pur raccogliendo le sue commesse prevalentemente da aziende italiane.

Parliamo di lavoratori che sono approdati in azienda dopo anni di lavoro in altre strutture e nel caso dei nuovi assunti dopo tanti e tanti contratti interinali, dopo tanto precariato.

I lavoratori chiedono l’aiuto di tutte le forze politiche e sociali e dei mass media per sollevare ancora una volta l’annosa questione: è giusto che un’azienda che dichiara fatturati e sviluppo possa decidere di chiudere due sedi in Italia dove è partner di tante importanti aziende delle quali gestisce i call center? Come possono 260 persone risollevare le sorti di un colosso che vanta 75 sedi e 42.000 dipendenti nel mondo (cifre desunte dal sito Comdata) e realmente esiste questa crisi?

Le spiegazioni di questa decisione vanno date non solo ai lavoratori ma ad un intero paese che vive solo l’illusione di un benessere economico quando il lavoro ha fondamenta cosi fragili e la globalizzazione ha di fatto favorito solo gli interessi di chi ha abbastanza mezzi per permettersi di poter guadagnare sul lavoro delle persone senza un reale investimento sui contenuti dell’attività.